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Volley, Bernardi: “L’Italia ammalata di cultura degli alibi e filosofia”

Rebloggato da gazzetta.it

Mister Secolo, allenatore ad Ankara ha appena battuto i campioni in carica di Belgorod: “Ma i favoriti restano loro per la Champions”. Sulla Nazionale: “E’ una squadra da medaglia d’oro, ma sul 13° posto non parlo. Mi hanno chiamata? Sì, in inverno hanno chiesto la mia disponibilità. Poi più nulla”

Lorenzo Bernardi all’inizio di questa stagione ha ereditato l’Halkbank Ankara campione di Turchia e reduce da una finale di Champions League persa contro i russi del Belgorod che poi avrebbero vinto anche il Mondiale per Club. Se lo è preso in cura, e a oggi, a due terzi di stagione e quando stanno per arrivare gli obiettivi veri, il bilancio è 25 partite giocate, 24 vinte, una sola persa (a Perugia). Quindi col primato in campionato (17 vinte su 17) e in più con un successo che come simbolo e vendetta vale parecchio, ottenuto martedì col Belgorod campione d’Europa e del Mondo. “Una gran vittoria – ammette Bernardi -, magari arrivata con una partita non bellissima, ma molto ben impostata. Facendo esattamente quel che ci eravamo prefissati di fare”.

E si è così dimostrato che il Belgorod non è imbattibile…

“Di imbattibile non c’è nessuno. Loro sono più forti, e restano favoriti per il ritorno, ma poi bisogna giocare. Contro squadre così devi essere pronto a prendere dei pugni, e puntare a darne uno in più di quelli che buschi. Se pensi di metterle sotto dall’inizio alla fine non hai speranza. Bisogna essere pronti a soffrire. Restare lì, restare lì, e vedere se la squadra abituata a vincere sempre sa soffrire altrettanto”.

Com’è il campionato turco?

“C’è un grandissimo potenziale. Se vogliono possono crescere tanto e in fretta. Per ora in campionato ci sono quattro o cinque squadre forti, più quattro che cinque. Ma alla fine non è che in Polonia o in Russia sia tanto diverso. In Italia il campionato è più difficile, più tecnico, più tattico, quindi più affascinante. Per alzare il livello, qui in Turchia, si sarebbe bisogno di aprire almeno a uno straniero in più. E in questo il c.t. Emanuele Zanini è d’accordo. Il campionato turco può veramente diventare il più importante del mondo, non solo sotto il profilo economico, ma anche tecnico”.

Un pronostico sulla Champions?

“Intanto dico che il Belchatow non mi ha stupito per come ha giocato a casa del Macerata, è dall’inizio che dico che è uno degli squadroni favoriti. Come il Belgorod, e come il Kazan che se è possibile lo è anche di più. Mi ha solo stupito che tre potenze come Kazan, Belgorod e noi siano finite nella stessa parte del tabellone , così che alla Final Four ne arriverà solo una”.

Tornando al campionato italiano: il livello non si è poi abbassato come vanno dicendo in tanti…

“Certo, in Russia c’è più qualità. Ma quello italiano resta più impegnativo. La cosa che mi preme sottolineare è che non manca la qualità dei giocatori. Che anzi è alta. E mi riferisco proprio agli italiani”.

E quindi cosa manca?

“Mi pare che ci siamo basi meno solide di lavoro e di mentalità. E’ stato riesumato quel dinosauro che noi avevamo sotterrato: la cultura degli alibi. C’è sempre qualche causa esterna a cui dare la colpa. E ci sono meno spirito di sacrificio e spirito di squadra. Si vince solo se si superano gli egoismi e i punti di vista individuali. Concetti che si imparano da chi è in grado di dare l’esempio. Quando io sono arrivato a Modena, nel 1986, non li avevo come li avrei poi sviluppati grazie ai maestri che ho avuto. Li ho imparati sulla mia pelle”.

Questo in quanto a mentalità, e riguardo al lavoro?

“Adesso tutti dicono che al mattino non si deve saltare. Ma perché? Dove sta scritto? Io per sentirmi pronto a fare un ace sul 24 pari facevo anche mille battute in un giorno. E per farne mille non puoi cominciare al pomeriggio”.

E’ un problema generazionale?

“Secondo me no. Anche all’inizio del nostro ciclo sembrava che in Nazionale ognuno pensasse a se stesso. Lo spirito di sacrificio che serve lo si può imparare. Io per esempio sono orgoglioso di dire di averlo imparato da Velasco. Solo che quella cultura è andata distrutta. E adesso sembra che copiare sia diventato un delitto. Se qualcosa funzionava molto bene non vedo perché non dovremmo riproporlo”.

Ricapitoliamo: la qualità dei giocatori c’è, le requisiti che servono per tornare grandi si possono insegnare, quel che manca sono i maestri allora…

“Adesso mi sembra che la filosofia abbia il sopravvento. Si scrivono tanti libri, si dicono belle frasi. Io non sono il tipo che si fa abbagliare dalle belle frasi. Io mi faccio abbagliare da un’alzata di Bruninho, da un ace di Juantorena. Al centro secondo me dovrebbe tornare quel che serve in campo. Sono due le cose da eliminare assolutamente: la filosofia e, più di tutto, la cultura degli alibi. Vivendo all’estero mi rendo conto che la cultura degli alibi è un male molto italiano. E’ un tumore che se non lo estirpi ti distrugge”.

La Nazionale è arrivata 13ª al Mondiale.

“Mi ha stupito perché quella è una squadra che vale il primo posto, la medaglia d’oro. Ma siccome quando la gente parla del mio spogliatoio mi dà fastidio, non entro nel merito di quel che è accaduto in Polonia”.

L’hanno chiamata dalla Federazione?

“Sì. Mi hanno telefonato che sapere quale era la mia situazione. Ci sono state alcune telefonate. Poi più nulla. Non è un mistero che quello è l’obiettivo di tutti gli allenatori.